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I Santi del giorno

04/09/2010


Santa Rosalia
Vergine del XII secolo
Nessuna memoria di Santo è segnata per oggi nel Calendario della Chiesa universale. Ma come dimenticare che oggi cade, tradizionalmente, la festa di Santa Rosalia, così cara ai Siciliani, e soprattutto ai Palermitani- Quante volte è stata narrata, rinarrata, messa in versi, dipinta, la vicenda di colei che è stata recentemente definita, da un suo attento biografo, " la più dolce figlia di Palermo "- Una vicenda che continuamente si arricchisce di nuovi particolari e di poetici attributi, perché le notizie storiche documentate sul conto della " Santuzza " sono scarse, e soltanto l'affettuosa attenzione dei suoi devoti ha consentito di comporle in un colorito affresco. Per rintracciare la storia di Santa Rosalia, occorre procedere a ritroso, cominciando cioè da quando, nel 1624, si ritrovarono le sue reliquie in una grotta sul Monte Pellegrino. Furono trasportate a Palermo, dove infuriava una terribile peste. E l'epidemia cessò appena J resti della santa fanciulla giunsero nella città, per essere riposti nella cattedrale, dove ancora si trovano. Poche settimane dopo, in un'altra grotta, poco fuori di Palermo, fu rinvenuta un'iscrizione latina, incisa sulla roccia e ritenuta di mano della Santa stessa, che così si firmava: Ego Rosalia Sinibaldi. Ed ecco sdipanarsi il racconto della sua vita, secondo la tradizione più diffusa. Rosalia è la bellissima e virtuosa figlia del principe Sinibaldo, cugino del Re Guglielmo 1, e vive nel XII secolo. Fanciulla di altissima virtù, si è votata segretamente a Gesù, e quando il padre annuncia il suo fidanzamento con uno " zito " di conveniente condizione, Rosalia non rifiuta, ma decide in cuor suo di non accettare mai quel matrimonio. Sparisce infatti dalla casa paterna proprio il giorno dell'" appuntamento ", cioè del primo incontro ufficiale dei fidanzati, e si rifugia tra le selvose e selvagge montagne della Quisquina, sfuggendo alle ricerche del padre e dello sposo promesso. Quando il primo rifugio non le sembra più sicuro, ne cerca un altro a Lercara, poi un altro, a Prizzi, poi un altro ancora a Rocca Busambra, e così via, finché, consigliata da un Angiolo, si cela nella solitudine impervia del Monte Pellegrino, sopra il mare di Palermo. Qui vive per pochi anni, confortata dalle più dolci visioni e talvolta anche squassata dalle più insidiose tentazioni. Prima di morire, il 4 settembre, forse dei 1160, desidera ardentemente i Sacramenti. E un monaco, Cirillo, avvertito da una visione, sale l'impervio monte, trova la spelonca, e amministra alla fanciulla morente la comunione con il corpo del suo mistico Sposo. Oggi, verso la grotta del monte Pellegrino, salgono i pellegrini non soltanto di Palermo e non soltanto della Sicilia, per rendere omaggio alla santa fanciulla che si macerò nella più penosa solitudine da viva e, dopo la morte, fu miracolosa soccorritrice contro la peste. E i fedeli di Palermo ripetono nel giorno della sua festa i versi a lei dedicati:
Nvincibile tu d'esseri dinoti
O Santa Rusulìa di gran virtuti,
pri lo to' prighieri tanti voti
fommu difisi e fommu pruviduti:
di guerra, pesti, fami e tirrimoti
ti scanza la Sicilia, e tu l'ajuti.
Gridamo dunca, figlioli divoti:
Evviva Rusulia nostri saluti!



Sant'Ercolano
Martire del Il secolo
Il nome di Ercole, portato da una delle più ammirate divinità del mito pagano, rappresentata dall'eroe fortissimo e generoso, vincitore dell'Idra e del Leone, del Centauro e del Cinghiale, non appare mai tra i Santi del Calendario cristiano. Vi appare però, quattro volte, il nome di Ercolano, e vi appare anche, il 14 luglio, il nome di Eracla, simile al nome greco del muscoloso nume. A questo si aggiunge il derivato di Eraclio, portato da sette Santi, quasi tutti Martiri, e quindi anch'essi fortissimi, non di membra, ma di fede. Dei quattro Ercolani, uno, festeggiato il 12 agosto, fu Vescovo di Brescia, nel VI secolo. Non si hanno notizie sicure sul suo conto, come non se ne hanno sul Sant'Ercolano festeggiato il 5 settembre a Porto, e che viene detto Martire sotto MarcAurelio o sotto Gallo. Più chiara è invece la figura dei Sant'Ercolano festeggiato il 7 novembre, monaco e poi Vescovo di Perugia. La sua opera e la sua vita furono travagliate e percosse dalle grandi invasioni barbariche del VI secolo e specialmente da quella, devastatrice, dei Goti di Totila. Giunto sotto le mura della città umbra, Totila avrebbe incaricato un suo luogotenente di catturare il Vescovo cattolico, strappandogli una striscia di pelle lunga dalla testa al tallone. Per quanto barbaro, il luogotenente non ebbe il cuore di compiere tale operazione sopra un vivente. Fece perciò decapitare il Vescovo Ercolano, recidendo poi sul cadavere un lungo brandello di pelle, che venne mostrato ad ammonimento dei perugini. La testa del Santo venne gettata dalle mura etrusche della città, e fu raccolta di nascosto, per essere sepolta col resto del corpo. Quando, in giorni più calmi, si trasferì la salma del Vescovo in una sepoltura più onorifica, si trovò che la testa del Martire appariva saldamente attaccata al tronco, senza che si vedesse più il segno della decapitazione. Anche il Sant'Ercolano di oggi fu Martire, alcuni secoli prima del Vescovo perugino. Nel Martirologio, la sua figura costituisce però, più che altro, un punto interrogativo, per la mancanza di dati sicuri e per le incertezze suscitate negli studiosi dal racconto della sua passione. Egli sarebbe stato un milite romano il quale, durante l'Impero del " Pio " Antonino, ebbe l'incarico di scortare al martirio il Vescovo Sant'Alessandro. Anche quest'ultimo è un personaggio problematico, la cui passione racconta come, prima di essere decapitato, subisse ripetute torture, che non solo non lo fecero recedere dalla fede, ma neanche riuscirono a scalfirlo. A quei prodigi, il soldato Ercolano capì che il Dio dei cristiani era più potente dell'Imperatore, e che la fedeltà dei confessori di Gesù era più eroica dell'obbedienza militare. Perciò anch'egli dichiarò la propria fede e anch'egli, come il suo ignaro convertitore, subì numerosi tormenti, prima di avere la testa mozzata, o, secondo un'altra tradizione, prima di essere gettato in un lago, con una grossa pietra legata al collo.


San Marino
Eremita del IV secolo
Al nome di San Marino, non si può fare a meno di pensare all'antica Repubblica, e di rivedere con gli occhi della fantasia l'impennato Monte Titano, coronato di mura e di torri. E vien da ripetere i versi cantilenati che Giovanni Pascoli dedicò alla sua " Romagna solatia ": " Il paese ove, andando, ci accompagna l'azzurra vision di San Marino". Forse per quell'azzurro di cui parla il Pascoli, e per il fatto che dalla vetta del Monte Titano si scopre un'ampia fascia del ceruleo Adriatico, c'è da credere che il nome di " Marino ", più che ad una persona, in questo caso a un Santo, si riferisca a una caratteristica geografica, e quasi rifletta il colore e la luminosità del mare non lontano. Invece è proprio ad un antico Santo che questa località unica e indimenticabile deve il proprio nome, e quindi la sua fama nel mondo. Un Marino che, nato sull'altra sponda adriatica, in Dalmazia, figlio di umili genitori, esercitava l'umile mestiere di spaccapietre. Per misteriosi motivi, lo spaccapietre dalmata passò in Romagna, insieme con un compagno, Leone. A Rimini, Marino notò con sorpresa una grande quantità di persone intente al suo stesso mestiere. Non erano spaccapietre di professione, ma cristiani condannati ai lavori forzati per aver rifiutato il sacrificio agli idoli. Marino si dedicò allora all'assistenza e al conforto dei compagni di fede, di lui più infelici. Notando la sua pietà e ammirando la sua devozione, il Vescovo di Rimini, Gaudenzio, lo ordinò diacono. Pur non essendo sacerdote, un diacono poteva, e ancora può, amministrare i Sacramenti, specialmente quello del Battesimo. Lo spaccapietre e diacono Marino fu così in grado di allargare la sua opera, non soltanto consolando i cristiani perseguitati, ma convertendo e battezzando i pagani attirati dal messaggio evangelico. Più tardi, per render ancor più efficace la sua azione su un piano di mistica comunione, il diacono Marino si ritirò sul monte che dominava l'orizzonte del " dolce paese ". Il Monte Titano, con le sue rocce scoscese che lo rendevano simile a un fiero baluardo, era disabitato e inospitale. Marino ne fu il primo abitatore e lassù, tra l'azzurro del ma re e quello dei cielo, costruì con le proprie mani un piccolo romitorio. Altri uomini desiderosi di solitudine e di perfezione spirituale lo seguirono, salendo faticosamente sul monte e unendosi a lui nella vita contemplativa. La celletta dell'eremita si dilatò; accanto le sorse un monastero. Da questa cittadella della preghiera a una vera e propria cittadina, il passo fu breve. Nacque così, inerpicata sul Monte Titano, la Repubblica dello spaccapietre Marino, che dei Santo vissuto nel IV secolo ancora conserva e onore il nome, come conserva la propria antichissima indipendenza. Perché la Repubblica di San Marino, oltre ad essere uno dei più piccoli Stati d'Europa, è anche il più antico, con un'anzianità di quattordici secoli, durante i quali il nome del Santo è restato alto come le svettanti rocce e le vertiginose torri del Titano.




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